Dopo l'indignazione

Giusto per ricordare che in certi paesi nessuna indignazione nasce spontaneamente. Magdi Allam:

E’ stato un attacco preannunciato contro il nostro consolato a Bengasi. Erano giorni che Gheddafi aizzava la piazza contro Calderoli colpevole di aver promosso una «nuova crociata contro l’Islam». Ma anche contro l’Italia perché «non vuole chiudere con il passato fascista». Il governo Berlusconi era al corrente dei seri rischi a cui andava incontro. Eppure il ministro leghista si è prestato ad innescare la miccia che ha dato fuoco alle polveri, rifiutandosi di recedere dall’ ostentazione delle magliette con le vignette su Maometto ritenute blasfeme. Ed ora che si fa la conta dei morti e dei feriti, le responsabilità sono chiare.

E di un regime tirannico possa essere messo in discussione, le dimissioni del nostro ministro sono a questo punto assolutamente doverose. C’era da attenderselo che l’Italia avrebbe finito per pagare proprio con la Libia il suo conto nella vicenda delle vignette blasfeme. L’ex colonia è una spina nel fianco da quando nel 1970 Gheddafi espulse in massa i ventimila italiani che vi risiedevano da generazioni, sequestrando tutte le loro proprietà. Ieri la televisione libica ha dato ampio risalto al discorso fatto dal presidente del Congresso generale del popolo (il Parlamento), prima dell’attacco al nostro consolato, in cui ha tuonato: «Dobbiamo riaprire il dossier con l’Italia. Il Congresso chiede la rottura delle relazioni con l’Italia. E’ arrivata l’ora in cui è il popolo che deve agire contro le vignette che irridono il nostro profeta e contro il ministro delle Riforme italiano che ha lanciato una nuova crociata contro l’Islam». Chi è stato in Libia sa bene che nessuno si sognerebbe mai di sfilare in corteo e tantomeno di attaccare una sede diplomatica se non glielo ordina il regime. Le poche immagini trasmesse enfatizzano una rara collera diffusa tra le migliaia di persone che hanno manifestato a Bengasi, urlando «con il sangue, con lo spirito, ci sacrificheremo per te oMohammad(Maometto)».

Che il presidente del Parlamento libico abbia strumentalizzato l’atteggiamento di Calderoli appare evidente dalle sue dichiarazioni: «Il ministro italiano ha chiesto al Papa di indire una nuova crociata contro l’Islam, vuole usare la forza contro l’Islam. Vogliono innalzare la croce nella terra dell’Islam. Noi diciamo no. La Nazione islamica è sana nonostante la collusione di taluni. Gheddafi è pronto a guidarla. In passato gli aggressori fascisti si erano illusi di sottometterci, quando avevamo poche armi ma tanta fede. Ora la Storia si ripete. Pensavamo che l’Italia fosse cambiata.Mada sotto le ceneri emerge un’Italia che vuole riesumare il passato. Fino ad ora non ci vogliono indennizzare per le vittime e i danni coloniali».

Si tratta di un annoso contenzioso che Gheddafi fa riemergere a piacimento per usarlo come clava quando decide di infierire contro l’Italia. Aumentando ogni volta la posta, anche se per il nostro Paese quel contenzioso è chiuso. A ottobre di ogni anno Gheddafi celebra la «Giornata della vendetta» contro l’Italia, un giorno di lutto in cui si rievocano le atrocità della guerra fascista per mantenere vivo l’odio e il risentimento nei confronti degli italiani. Anche se poi la Libia e l’Italia hanno uno stretto e intenso rapporto economico e commerciale, in cui la parte del leone la fanno le esportazioni di petrolio e gas libico. E’ in questo contesto di per sé problematico, nonostante l’intenso lavoro diplomatico svolto dal ministro dell’Interno Pisanu per contenere il flusso dei clandestini, che è esploso il caso Calderoli sfociato nell’attacco mortale contro il nostro consolato. Non tenerne conto sarebbe fuorviante.

Il ministro leghista è certamente colpevole di aver assunto, mantenendo un incarico ufficiale, un atteggiamento provocatorio che ha finito per coinvolgere la responsabilità del governo e mettere in pericolo la sicurezza delle istituzioni italiane. Ma **l’esplosione di violenza era già stata decisa. Gheddafi attendeva solo il pretesto. Calderoli glielo ha offerto. **

Corriere della Sera