La mia storia con internet

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La mia storia con internet è cominciata da qualche parte negli Anni 90, in un internet cafè di Trastevere, a Roma. Eravamo in 6-8 compagni di scuola, davanti a un monitor 14’’, e non avevamo idea di che cosa scrivere nel box di ricerca. Ricordo che mi toccò l’onore della digitazione per due motivi: uno, avevo un computer in casa; due, perché qualche tempo prima, a casa dell’amico di un’amico “che ci capiva”, avevo visto comparire dopo una lunga attesa l’immagine di uno di quei manga un po’ porno che popolavano già gli scaffali della sua libreria. Insomma, io ero quello che sapeva. In realtà, a Trastevere scoprimmo poco e niente, tanto che il sabato successivo investimmo i nostri risparmi con maggior soddisfazione in una sala biliardo.

Geocities

Però, se ci penso, la mia vera storia con internet è iniziata molto dopo. Quando, grazie alla connessione casalinga, ho messo faticosamente su un sito su Geocities, che era il servizio gratuito dell’epoca. Avevo mixato l’improbabile immagine di un dipinto di Turner e il manifesto di un movimento giovanile europeista, ma soprattutto avevo cominciato a cercare di capire l’html, il linguaggio della Rete. Per me internet è stata, in quel momento lì - quando ancora non cerano i cani sullo skate, i troll, i tutorial e i like - la possibilità di accedere a un mondo di conoscenza: leggere i giornali stranieri, ordinare libri dall’America (dall’America!), scoprire luoghi lontani, ascoltare musica diversa, impiegare diversi minuti a capire che cosa fosse quella cosa chiamata iPod.

Splinder

Poi una sera, l’8 febbraio 2003, decido di provare questa cosa che si chiama blog e che altrove va già fortissimo. Vado su Splinder, una piattaforma italiana che offre un servizio gratuito, mi devo registrare. Che nome scelgo? Alzo gli occhi, sopra il monitor ci sono ancora i volumi di filosofia del liceo. Mi viene in mente che Luca Sofri ha un blog chiamato Wittgenstein, quello di “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, e un po’ lo invidio. Allora penso che come nickname mi resta sempre quello di Gottfried Wilhelm von Leibniz, uno che a 15 anni andava per boschi chiedendosi se credere nelle forme sostanziali o nel meccanicismo. Uno che, non da meno, ha il nome di un biscotto. Mi sembra un nick eccentrico a sufficienza. Scrivo sette righe a proposito di un libro francese di cui avevo letto su un settimanale parigino, uso due link, segnalo le fonti. Il giorno dopo non vedo l’ora di rifarlo, ben consapevole che non mi sta leggendo nessuno ma che, potenzialmente, potrebbe farlo il mondo intero.

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Macché bloggers

Il tempo passa, scrivo con regolarità, linko articoli stranieri, linko altri blog. Scopro i referer, cioè chi cita me e per quale motivo. Non siamo più io e il mio blog, siamo nodi di una rete. Qualcuno ci chiamerà blogger, ma in realtà siamo persone. Siamo cacciatori, tessitori e sciamani, come a un certo punto ci classifica Giorgio Nava di Falso Idillio, un alto blog. Vivo a Roma, già lavoro come giornalista, ma sul mio blog sono solo Leibniz. I miei contatti sono soprattutto altri blogger milanesi, torinesi, fiorentini. Non ho amici con un blog, faccio ancora fatica a spiegare che cosa siano senza essere guardato in modo strano. «E che cosa scrivi?», «E perché lo fai?», mi chiedono i più. «Ma questa cosa è fantastica! Perché non ne sapevo niente?», mi dice invece la persona che mi ha spinto, oggi, a scrivere questo post.

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Poi sono arrivati i social

Il blog, quando ancora non c’erano i social, è stata la mia evasione, il mio master, il mio aggregatore d’interessi. Grazie al blog ho conosciuto persone che ho ammirato e con cui ho lavorato, e mi sono fatto conoscere da persone per cui lavoro tutt’ora. Una di loro mi ha contattato proprio scrivendomi un’email che cominciava con “Caro Leibniz…”. Grazie a internet, a quell’internet lì, ho scoperto un mondo vasto che mi sembrava senza confini. È anche un po’ per questo che, invece, non ho mai cavalcato volentieri l’onda dei social, dei walled gardens, delle super intermediazioni. È mancato un po’ il tempo, perché la vita offline più cresci più ti prende tempo, ed è mancata la capacità di separare il rumore dal segnale.

Connessi senza permesso

Oggi credo che sia arrivato il momento di fare qualcosa per internet, perché la mia storia con internet non è solo il passato. C’è uno spirito della Rete che va preservato ed è quello della sua libertà, che è anche la nostra. È quello della condivisione, senza svendere la privacy. È quello di chi mette in comune quello che sa o che cerca un servizio, senza voler essere ridotto a un briciolo di polvere nei big data.

Il vero superpotere del web, come hanno scritto David Weinberger e Doc Searls, si chiama connessione senza permesso. Ed è quello che ci ha legati gli uni agli altri, lontanissimi e vicini, saputi e ingenui, diversissimi eppure simili, quando è iniziata la nostra storia con internet.