L'alba di Shanghai

        
                

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Shanghai è una città di 24 milioni di persone che non hanno tempo per la nostalgia. La corsa verso il futuro della capitale economica della Cina non ammette distrazioni: in strada studenti e impiegati non si spostano più in bicicletta, ma su silenziosissimi scooter elettrici, e le abitazioni a due piani in mattoni rossi stile Shikumen hanno lasciato il posto a grattacieli da record. In strada i ragazzi sfoggiano look che superano per originalità quelli degli influencer occidentali, mentre le ragazze escono la sera mostrando con abiti e accessori la passione sincera per gli stilisti europei.

«La Cina una volta era un Paese proibito, ma Shanghai ha sempre avuto nel suo spirito un’apertura verso l’Occidente che è ancora oggi la sua forza», dice a Grazia Richard Yu, ceo della divisione consumer di Huawei, l’azienda che proprio qui ha lanciato le due sfida tecnologiche di questi anni: inserire in smartphone e computer un’intelligenza artificiale capace di anticipare le nostre azioni e rendere le città connesse grazie alla velocissima rete 5G che, spiega Yu, renderà presto affidabili le auto a guida senza conducente. Un ulteriore assaggio di futuro è già in Jiujiang Road: lì, nella filiale della China Construction Bank, da pochi giorni un impiegato robot chiamato Xiao Long ha preso il posto dei bancari in carne e ossa. Ma nonostante questa costante tensione costante verso il futuro, Shanghai conserva un suo fascino romantico. Le vie d’acqua su cui è stata costruita nei secoli la ricchezza di questa città oggi danno il massimo dopo il tramonto, quando allo Shiliupu Pier si salpa in barca per ammirare le luci dei grattacieli. Da lì la danza dei neon rossi della Shanghai Tower, 632 metri e 128 piani, si specchia sulle acque calme del fiume Huangpu, mentre il blu del World Financial Center diventa il punto di riferimento di una metropoli che sembra non finire mai. Qui è possibile trovare i migliori alberghi, come il Ritz-Carlton (Lujiazui, Pudong), dove si fa colazione affacciati sullo skyline più suggestivo d’Oriente.

Più in basso ci sono poi tante città nella città. Una è la French Concession (si raggiunge dalla stazione del metrò di South Huangpi Road), dove le vecchie abitazioni a due piani sono state trasformate in boutique, bar e piccole gallerie d’arte. Anche se la migliore esperienza della Shanghai coloniale si può vivere camminando per 20 minuti verso lo Yanzhong Park: lì c’è la Maison de l’Hui (168 JuLu Road), una villa degli Anni 30 a lungo frequentata dal jet set cinese, che oggi è la sede di uno dei più rinomati ristoranti in città. Si mangia su tavoli rotondi al centro dei quali si trovano vassoi girevoli, così che i commensali possano condividere portate raffinate come foie gras, anatra caramellata, pesce in agrodolce e pollo aromatizzato con peperoncino fresco. L’altro menu che vale da solo il prezzo del viaggio è quello di Da Dong (1601 Nanjing Xi Lu), probabilmente il più famoso ristorante al mondo per gustare l’anatra alla pechinese, ma dove viene servito anche uno scenografico gelato fatto al momento in una ciotola di azoto liquido.

La Cina dei sapori antichi è altrove, e si è dovuta adattare alle nuove generazioni sempre di fretta. A guardare i giovani in strada, l’antico rituale del tè è stato soppiantato dal “bubble tea”, il tè freddo aromatizzato da passeggio. Tuttavia, l’atmosfera dei tempi che furono si respira ancora a tarda sera alla Huxinting Teahouse (257 Yuyuan Road): qui, in una delle pagode di legno del Giardino del Mandarino Yu, si va per bere l’estratto di fiori infuso in teiere di vetro, accompagnato da uova di quaglia marinate. Poco lontano Lu Bo Lang (115 Yu Yuan Road) serve ravioli al vapore ed è stato meta di pellegrinaggi eccellenti, dall’ex presidente americano Bill Clinton al leader cubano Fidel Castro. I ragazzi cinesi però, preferiscono lo shopping dei Bazar di Yu Yuan (dove trovare tè, tessuti e gadget) e lo street food dei dintorni: come i “Soup Dumplings”, i ravioli ripieni di carne e brodo che si consumano con una lunga cannuccia all’85 di Yuyuan Road. Per gli acquisti la meta da non perdere è Nanjing Road, che con i suoi sei chilometri di tentazioni può sedurre anche il viaggiatore più parco. Se potete, poi, fermatevi per un drink al Bar Rouge (18 Zhong Shan Dong Yi Lu): la vista vi ripagherà della fatica. L’ultima tappa di questa Shanghai che va veloce è nel segno della creatività: l’M50 (50 Monganshan Road) è il luogo dove andare per capire come mai l’arte contemporanea cinese sia così apprezzata. In uno dei locali della zona, se sarete fortunati, potrete assaggiare il brodo di fagioli rossi azuki: la tradizione vuole che annusandolo si senta il profumo di qualcuno che non è più con noi. E anche se gli abitanti di Shanghai non hanno tempo per la nostalgia, ancora lo sorseggiano socchiudendo gli occhi.

(da Grazia 23 del 24-5-2018)

       
        

La mia storia con internet

        
                

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La mia storia con internet è cominciata da qualche parte negli Anni 90, in un internet cafè di Trastevere, a Roma. Eravamo in 6-8 compagni di scuola, davanti a un monitor 14’’, e non avevamo idea di che cosa scrivere nel box di ricerca. Ricordo che mi toccò l’onore della digitazione per due motivi: uno, avevo un computer in casa; due, perché qualche tempo prima, a casa dell’amico di un’amico “che ci capiva”, avevo visto comparire dopo una lunga attesa l’immagine di uno di quei manga un po’ porno che popolavano già gli scaffali della sua libreria. Insomma, io ero quello che sapeva. In realtà, a Trastevere scoprimmo poco e niente, tanto che il sabato successivo investimmo i nostri risparmi con maggior soddisfazione in una sala biliardo.

Geocities

Però, se ci penso, la mia vera storia con internet è iniziata molto dopo. Quando, grazie alla connessione casalinga, ho messo faticosamente su un sito su Geocities, che era il servizio gratuito dell’epoca. Avevo mixato l’improbabile immagine di un dipinto di Turner e il manifesto di un movimento giovanile europeista, ma soprattutto avevo cominciato a cercare di capire l’html, il linguaggio della Rete. Per me internet è stata, in quel momento lì - quando ancora non cerano i cani sullo skate, i troll, i tutorial e i like - la possibilità di accedere a un mondo di conoscenza: leggere i giornali stranieri, ordinare libri dall’America (dall’America!), scoprire luoghi lontani, ascoltare musica diversa, impiegare diversi minuti a capire che cosa fosse quella cosa chiamata iPod.

Splinder

Poi una sera, l’8 febbraio 2003, decido di provare questa cosa che si chiama blog e che altrove va già fortissimo. Vado su Splinder, una piattaforma italiana che offre un servizio gratuito, mi devo registrare. Che nome scelgo? Alzo gli occhi, sopra il monitor ci sono ancora i volumi di filosofia del liceo. Mi viene in mente che Luca Sofri ha un blog chiamato Wittgenstein, quello di “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, e un po’ lo invidio. Allora penso che come nickname mi resta sempre quello di Gottfried Wilhelm von Leibniz, uno che a 15 anni andava per boschi chiedendosi se credere nelle forme sostanziali o nel meccanicismo. Uno che, non da meno, ha il nome di un biscotto. Mi sembra un nick eccentrico a sufficienza. Scrivo sette righe a proposito di un libro francese di cui avevo letto su un settimanale parigino, uso due link, segnalo le fonti. Il giorno dopo non vedo l’ora di rifarlo, ben consapevole che non mi sta leggendo nessuno ma che, potenzialmente, potrebbe farlo il mondo intero.

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Macché bloggers

Il tempo passa, scrivo con regolarità, linko articoli stranieri, linko altri blog. Scopro i referer, cioè chi cita me e per quale motivo. Non siamo più io e il mio blog, siamo nodi di una rete. Qualcuno ci chiamerà blogger, ma in realtà siamo persone. Siamo cacciatori, tessitori e sciamani, come a un certo punto ci classifica Giorgio Nava di Falso Idillio, un alto blog. Vivo a Roma, già lavoro come giornalista, ma sul mio blog sono solo Leibniz. I miei contatti sono soprattutto altri blogger milanesi, torinesi, fiorentini. Non ho amici con un blog, faccio ancora fatica a spiegare che cosa siano senza essere guardato in modo strano. «E che cosa scrivi?», «E perché lo fai?», mi chiedono i più. «Ma questa cosa è fantastica! Perché non ne sapevo niente?», mi dice invece la persona che mi ha spinto, oggi, a scrivere questo post.

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Poi sono arrivati i social

Il blog, quando ancora non c’erano i social, è stata la mia evasione, il mio master, il mio aggregatore d’interessi. Grazie al blog ho conosciuto persone che ho ammirato e con cui ho lavorato, e mi sono fatto conoscere da persone per cui lavoro tutt’ora. Una di loro mi ha contattato proprio scrivendomi un’email che cominciava con “Caro Leibniz…”. Grazie a internet, a quell’internet lì, ho scoperto un mondo vasto che mi sembrava senza confini. È anche un po’ per questo che, invece, non ho mai cavalcato volentieri l’onda dei social, dei walled gardens, delle super intermediazioni. È mancato un po’ il tempo, perché la vita offline più cresci più ti prende tempo, ed è mancata la capacità di separare il rumore dal segnale.

Connessi senza permesso

Oggi credo che sia arrivato il momento di fare qualcosa per internet, perché la mia storia con internet non è solo il passato. C’è uno spirito della Rete che va preservato ed è quello della sua libertà, che è anche la nostra. È quello della condivisione, senza svendere la privacy. È quello di chi mette in comune quello che sa o che cerca un servizio, senza voler essere ridotto a un briciolo di polvere nei big data.

Il vero superpotere del web, come hanno scritto David Weinberger e Doc Searls, si chiama connessione senza permesso. Ed è quello che ci ha legati gli uni agli altri, lontanissimi e vicini, saputi e ingenui, diversissimi eppure simili, quando è iniziata la nostra storia con internet.

       
        

The psychological gravity of Facebook

        
                

This Cambridge Analytica scandal is generating a lot of interesting writing. I should bind that in somewhere. For now, let’s pin this.

It is psychological gravity, not technical inertia, however, that is the greater force against the open web. Human beings are social animals and centralized social media like Twitter and Facebook provide a powerful sense of ambient humanity—the feeling that “others are here”—that is often missing when one writes on one’s own site.

Dan Cohen, Back to the blog

       
        

Badass Stephen

        
                

Remember to look up at the stars and not down at your feet. Try to make sense of what you see and wonder about what makes the universe exist. Be curious. And however difficult life may seem, there is always something you can do and succeed at. It matters that you don’t just give up.

Stephen Hawking, badass theoretical physicist, cosmologist and Big Bang Theory guest star.

       
        

I titoloni e la pancia di chi li legge

        
                

A proposito delle elezioni italiane del 4 marzo, credo che non dovrebbe andar perduta questa riflessione di Luca Sofri sulle modalità narrative del sistema dell’informazione italiana e sui messaggi che passano o no.

Quello di cui sono fatti i media italiani (giornali, programmi tv del pomeriggio, dichiarazioni di politici, eccetera, l’informazione) è testi e titoli: passano i titoli. Quello di cui sono fatti i media italiani è riflessioni accurate e sensazionalismo: passa il sensazionalismo. Quello di cui sono fatti i media italiani è immagine di progresso e terrorismo: passa il terrorismo. Quello di cui sono fatti i media italiani è spirito di convivenza e risentimento aizzato: passa il risentimento. Quello di cui sono fatti i media italiani è spiegazione dei fenomeni e litigio nei talk show: passa il litigio. Quello di cui sono fatti i media italiani è vero complesso e falso semplice: passa il falso.

[…] Perché non è vero che “tanta gente non si informa”: è vero che tanta gente – disabituata da decenni di media sciatti e cinici alla comprensione del mondo – registra solo le comunicazioni terroristiche, false, divisive e sobillatrici, delle quali sono complici tutti quanti, quelli che ora commentano l’inatteso 5%.