La lezione della Cina

        
                

psstm

Nell’IFC Mall di Shanghai, il centro commerciale di lusso della capitale della moda cinese, l’unica boutique con le luci spente è quella di Dolce & Gabbana. Nella stessa città, il regista e scrittore Xiang Kai ha appena dichiarato di aver bruciato abiti della maison italiana per un valore di 17 mila euro. Su Weibo, il principale social network cinese, la canzone più condivisa è FDG dei rapper Straight Fire Gang: dove “F” rimanda a un insulto piuttosto comune in inglese e “DG” si riferisce ai cognomi dei due stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che il 21 novembre hanno dovuto annullare all’ultimo minuto la loro grande sfilata evento e che, poi, sono stati anche banditi dai principali siti di e-commerce cinesi. A scatenare tutto questo terremoto è stato il profilo Instagram Diet Prada, che ha pubblicato i messaggi privati attribuiti a Gabbana infarciti di insulti molto espliciti e discriminatori contro la Cina, dopo che già alcuni spot del marchio, considerati pieni di luoghi comuni, avevano indispettito i cinesi. Il designer prima ha smentito, dicendo che quelle parole non erano sue, poi si è presentato in video con Dolce, chiedendo con lui scusa in mandarino. Ora i due stilisti sono attesi a una nuova prova, stavolta nella loro Milano: il 7, 8 e 9 dicembre a Palazzo Litta sono in cartellone le collezioni di alta moda, alta sartoria e alta gioielleria. Che cosa accadrà?

Di sicuro tutti hanno gli occhi puntati su di loro. Se gli spot realizzati per l’evento di Shanghai erano stati accusati di essere di cattivo gusto («È troppo grande per te?», chiede la voce fuori campo a una ragazza orientale che cerca di mangiare un cannolo con le bacchette), sono state le parole attribuite a Gabbana a scatenare una rivolta globale. “Pensi davvero che la campagna fosse rispettosa e di buon gusto?”, gli aveva chiesto con un messaggio la collaboratrice di Diet Prada, Michaela Tranova. Come risposta aveva ottenuto: “Se i cinesi si sentono offesi da una ragazza che non sa mangiare la pizza o la pasta con le bacchette, vuol dire che si sentono inferiori… E allora non è un problema nostro!!! Tutto il mondo sa che i cinesi mangiano con le bacchette e gli occidentali con forchetta e coltello!!! Questo è razzismo??; “Voi siete razzisti perché mangiate carne di cane?”; “D’ora in poi dirò in tutte le interviste che la Cina è un Paese di merda”. Queste frasi e il tono di chi non riesce a capire che potrebbero far imbestialire chiunque, ma soprattutto un popolo fiero dei propri passi avanti rispetto alla classica immagine stereotipata, ha dato vita a uno sciame virale di protesta che da Pechino è arrivato persino nei locali cinesi di Milano. La successiva richiesta di perdono dei due stilisti non ha poi convinto tutti. «Nella comunicazione di crisi è essenziale collegare le scuse all’illustrazione di che cosa l’azienda cambierà concretamente, così da non ripetere l’errore», spiega Emilio Galli-Zugaro da Monaco, in Germania, per 23 anni capo della comunicazione globale del gruppo assicurativo Allianz. «Ora sarebbe fondamentale annunciare che ogni futuro spot verrà prima visto da persone del Paese in questione per verificare se si usano i toni giusti».

diet_prada

Agli occhi dei follower di Diet Prada, il solo fatto di vedere i due designer scusarsi sembra quasi una vendetta della storia. Un anno fa il sito aveva messo in vendita un’ irriverente T-shirt con su scritto #PleaseSaySorryToMe, “Per favore chiedimi scusa”. L’hashtag nasceva da un messaggio che proprio Gabbana aveva indirizzato al social dopo l’accusa di essersi ispirato alla vetrina di un altro stilista. Ora, dopo il caso Shanghai, Diet Prada è diventato molto più dell’Instagram dove denunciare i direttori creativi sorpresi a copiare: ha avviato una rivoluzione culturale. Il consumatore che pretende rispetto dal grande marchio.

I due fondatori del sito, Tony Liu e Lindsey Schuyler, si erano conosciuti lavorando per una casa di moda: dovevano fare ricerca nelle collezioni di altri stilisti per proporre poi idee a cui ispirarsi. Poco dopo decisero di fondare Diet Prada, il cui nome ricorda la copia per eccellenza, come la Diet Cola è l’imitazione dell’impareggiabile Coca Cola. In questi giorni, però, si va su Diet Prada per vedere che cosa succederà dopo l’ondata d’indignazione cinese, perché Shanghai sembra solo il primo passo. In un commovente post Tony Liu ha raccontato la storia dei suoi genitori, immigrati a New York negli Anni 80, e la sua difficoltà di crescere in una comunità di bianchi dove il razzismo era la norma. “La differenza ora”, scrive riferendosi a Dolce e Gabbana, “è che il medesimo atteggiamento retrogrado viene diffuso da due personaggi pubblici noti e potenti. Presto i loro alleati, che hanno scelto di chiudere un occhio e considerare normali comportamenti come questi, dovranno anche loro fronteggiare le proprie responsabilità”. È stata una riunione familiare per l’80° compleanno del nonno, e il desiderio di voler dare un senso ai sacrifici della sua famiglia, a convincere Liu che il suo “stupido blog di vestiti” avrebbe potuto avere un impatto diverso sull’industria.

“Imparate che le persone sono più della casella dei ricavi nel vostro bilancio annuale”, ha scritto in un post che ha incassato i “like” di tanti nomi delle passerelle, come le top model Bella Hadid e Doutzen Kroes. Forse da domani Diet Prada non si accontenterà di scovare capi clonati, ma vorrà denunciare ingiustizie più grandi. Ha scritto la street styler londinese Susie Lau: “Se oggi vuoi una fetta più grande della torta, fai attenzione alle proteste dei social, oppure affonderai nell’irrilevanza”. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.

_ *Published on Grazia, 11-29-2018. Ha collaborato Maria Teresa Cometto

       
        

For the web

        
                

fortheweb1

The latest campaign of the World Wide Web Foundation is about open web and it’s called #ForTheWeb. They have a manifesto and a fancy video too.

The free and open web is facing real challenges. More than half of the world’s population still are not online. For the other half, the web’s undeniable benefits seem to come with far too many unacceptable risks: to our privacy, our democracy, even our mental health. #ForTheWeb is a global campaign of people like you, uniting as one voice to get governments, companies and the public to stand up for a free, open and safe web that benefits everyone.

fortheweb2

They say there are 3 ways to join the campaign:

1. Share your web story. How has the web changed your life? What do you use it for? What are your hopes for its future? We want to know. Film your story and post it on YouTube, Twitter, Facebook, Instagram or anywhere else at #ForTheWeb.

2. Help building a contract for the web. With partners around the world, we’re building a Contract #ForTheWeb to ensure a free, open and fair web for everyone.

3. Join the fight for the web. Basically sign up to their newsletter and keep in touch.

       
        

The italian risk

        
                

fifth-risk

Michael Lewis’ latest book, The Fifth Risk, is good as expected. It’s not another “Trump-is-evil” non-fiction. It has something seminal, we all should think about: it works for the american government and for any other government.

To me it’s impressive how concerned the civil servants are about the possibility Trump administration could not be capable of handling the present or the future: it’s a matter of competence, not politics. But it’s also the most unevaluated risk of politics nowadays. Something we in Italy have been forgetting for years.

“There is another way to think of […] fifth risk: the risk a society runs when it falls into the habit of responding to long-term risks with short-term solutions. “Program management” is not just program management. “Program management” is the existential threat that you never really even imagine as a risk.

I’d pin also the following quote.

If your ambition is to maximize short-term gain without regard to the long-term cost, you are better off not knowing the cost. If you want to preserve your personal immunity to the hard problems, it’s better never to really understand those problems. There is an upside to ignorance, and a downside to knowledge. Knowledge makes life messier. It makes it a bit more difficult for a person who wishes to shrink the world to a worldview.

Read that book.

       
        

Unfriended

        
                

Yesterday I deleted my Facebook account. Wasn’t using that anymore, not even for lurking. I can still get the news, I can still reach my friends, hope they will keep reaching me as well. Anyway, I survived.

       
        

Anthony Bourdain and the perfect meal

        
                

bourdain

People is remembering Anthony Bourdain after he took his life. I owe him a lot. I never knew him as a chef, but I don’t care. With his books and his shows he was the One who brought us couch-foodies where our hearts were without us even knowing. Food as discovery, as memory, as language of care, as the act of love that can truly connect the rich and the poor, and ultimately we all.

Thanks to him I surrendered to offal, found my way towards authentic food, looked for places about to disappear into our rush to the future, dreamt about Vietnam and cheated with granular broth when I had to.

A few weekd before Nine Eleven, Bourdain wrote a book about his first experience on food shows and about the places he visited. There you’ll find inspiring pages, but the one I quote is still powerful. The moment he knew - a moment that sooner or later we all live - he didn’t want to be a chef anymore but do something else. Becoming in the food world what Indiana Jones is for archaeology. That jump into the void is the finest and the hardest recipe in the world, and the very flavor we all should aim for before we go.

Anthony, we’ll find that perfect meal. That day, I’ll order one for you, in your loving memory.

I wanted the perfect meal. I also wanted Col Walter E Kurtz, Lord Jim, Lawrence of Arabia, Kim Philby, the Consul, Fowler, Tony Po, Christopher Walken …I wanted to find - no, I wanted to be - one of those debauched heroes and villains out of Graham Greene, Joseph Conrad, Francis Coppola and Michael Cimino. I wanted to wander the world in a dirty seersucker suit, getting into trouble. I wanted to go up the Nung River to the heart of darkness in Cambodia. I wanted to ride out into a desert on camelback, eat whole roasted lamb with my fingers. I wanted to kick snow off my boots in a mafia nightclub in Russia. I wanted to play with automatic weapons in Phnom Penh, recapture the past in a small oyster village in France, step into a seedy, neon-lit pulquería in rural Mexico. I wanted to run roadblocks in the middle of the night, blowing past angry militia with a handful of hurled Marlboro packs, experience fear, excitement, wonder. I wanted kicks - the kind of melodramatic thrills and chills I’d yearned for since childhood, the kind of adventure I’d found as a little boy in the pages of my Tintin comic books. I wanted to see the world - and I wanted the world to be just like the movies. Unreasonable? Over-romantic? Uninformed? Foolhardy? Yes! But I didn’t care.

Anthony Bourdain, A cook’s tour in search of the perfect meal, 2001