Finding friendship in times of Brexit

        
                

Lee Child, Jojo Moyes, Kate Mosse e Ken Follett

On this rainy Sunday of november I met renowned authors Jojo Moyes, Kate Mosse, Ken Follett and Lee Child in Milan for their Friendship Tour. It was Follett’s idea to reach Milan, Madrid, Berlin and Paris to tell his and his fellows’ readers that Brexit - the withdrawal of the United Kingdom from the European Union - is not their sentiment. That could easily look a smart business move, or a quixotic liberal call, but Follett’s squad should be heard anyway. Why? I try to answer here with quick notes, after their press conference.

The Friendship Tour Manifesto

Four lessons (+1) from four novelists

1. Boundaries change, people do not

Kate Mosse (the most brillant of the four, IMHO) said that history teaches us that boundaries and reigns can change, put people keeps being the same. We share the same stories and the same sentiments.

2. When people are scared, they look for an enemy

Mosse also said that always in History when men and women are in difficult times, they reach for what they know and look for an enemy outside. This began before the Brexit referendum. But young people can change things, as they always do.

3. Politicians should read more

Child and Moyes talked about the importance of reading for the decision-makers. We would have a better world if politicians would read more - said Moyes - because stories teach you to be in someone else’s shoes.

4. Alternative futures ahead

Thinking about Catalunya and Scotland, Ireland and even Norhern Italy, Follett gave us a suggestive dystopic idea for (a possible) future: nations would divide and we will live in a world with wealthy liberal democracies and hopefully-irrelevant illiberal states. That’s not his wish, he said, just a story.

5. Where we came from

The cultural boom of the Elizabethan Period - say the four - came from the refugees escaping from the religious persecutions in France and ore countries. The openess of Netherlands made many masterpieces possible. Afro-americans invented rock’n’roll, jewish made Hollywood. The most important artist of the 20th Century was a spanish immigrant living in Paris, Pablo Picasso.

The Friendship Tour Manifesto

       
        

Autore della tua vita

        
                

Oggi in Italia esce un libro a cui tengo perché porta con sé tanti messaggi insieme. È un testo scritto da una persona con una storia personale straordinaria, ma è anche un’opera in qualche modo nata sul web e, nella sua versione italiana, propiziata da un incontro di cui sono stato lateralissimo testimone.

Il libro è Diventa autore della tua vita, l’ha scritto Francesco Paulo Marconi, responsabile Ricerca & Sviluppo del Wall Street Journal, ed è una sorta di manuale per scrivere in un mese il copione della propria vita. Detta così sembra una cosa un po’ fuffosa, ma è tutt’altro. La spiegazione lunga segue qui sotto.

Francesco Paulo Marconi

Un giorno a Perugia

Il 14 aprile dell’anno scorso ero nel chiostro della Cattedrale di San Lorenzo, a Perugia, in attesa di ascoltare un incontro sul tema dell’Automazione, realtà aumentata e intelligenza artificiale nelle redazioni (il festival del giornalismo di Perugia è sempre ricco di eventi in cui ascoltare case history lontane anni luce dalla realtà italiana). Lì Marisandra Lizzi, fondatrice di Mirandola Comunicazione, mi presenta questa specie di ragazzo prodigio di nome Francesco Marconi: un trentenne che è responsabile Ricerca e Sviluppo del Wall Street Journal e che in curriculum ha il titolo di ricercatore affiliato del MIT Media Lab e Fellow al Tow Center della Columbia University.

Inizia l’incontro e nel frattempo, mentre ascolto il panel con un orecchio, leggo sullo smartphone qualcosa di Marconi e vedo che ha scritto un libro dal titolo curioso, Live Like Fiction. Non è il mio genere, Amazon non lo spedisce nemmeno in Italia, ma recupero la versione in ebook.

Finito il dibattito, ritrovo Francesco e gli dico: «Ah, ho appena scaricato il tuo ebook». Invece del grazie che mi aspettavo, lui mi risponde quasi arrabbiato: «No, non dovevi. È un libro su cui bisogna scrivere, fare degli esercizi, l’ebook non va bene». E allora, replico, dobbiamo trovare qualcuno che lo traduca in italiano.

La ricerca di Marisandra forse è cominciata quella sera stessa e un paio di giorni fa mi ha fatto un doppio regalo: una copia dell’edizione italiana del libro, pubblicato finalmente da BUR, e un’esagerata menzione nei ringraziamenti ricordando proprio quell’incontro di Perugia.

Live Like Fiction - ENGAGE

Disegna la tua rete

Non sto a raccontare il libro che, in tempi in cui siamo tutti al centro di una rete, insegna come trovare la propria direzione e ridefinire i propri nodi. Né vi svelo la prefazione di Marisandra, personale e appassionata come lei. Ma trovo davvero interessante come sia nato Diventa autore della tua vita: prima c’è stato un post del 2015, poi Francesco l’ha fatto diventare un libro, spiegando anche come.

Ora Marconi ha un altro importante libro in arrivo nel 2020, che io aspetto molto - Newsmakers: Artificial Intelligence and the Future of Journalism - ma intanto siamo qui a dirgli: Francesco, bentornato in Italia.

       
        

La lezione della Cina

        
                

psstm

Nell’IFC Mall di Shanghai, il centro commerciale di lusso della capitale della moda cinese, l’unica boutique con le luci spente è quella di Dolce & Gabbana. Nella stessa città, il regista e scrittore Xiang Kai ha appena dichiarato di aver bruciato abiti della maison italiana per un valore di 17 mila euro. Su Weibo, il principale social network cinese, la canzone più condivisa è FDG dei rapper Straight Fire Gang: dove “F” rimanda a un insulto piuttosto comune in inglese e “DG” si riferisce ai cognomi dei due stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che il 21 novembre hanno dovuto annullare all’ultimo minuto la loro grande sfilata evento e che, poi, sono stati anche banditi dai principali siti di e-commerce cinesi. A scatenare tutto questo terremoto è stato il profilo Instagram Diet Prada, che ha pubblicato i messaggi privati attribuiti a Gabbana infarciti di insulti molto espliciti e discriminatori contro la Cina, dopo che già alcuni spot del marchio, considerati pieni di luoghi comuni, avevano indispettito i cinesi. Il designer prima ha smentito, dicendo che quelle parole non erano sue, poi si è presentato in video con Dolce, chiedendo con lui scusa in mandarino. Ora i due stilisti sono attesi a una nuova prova, stavolta nella loro Milano: il 7, 8 e 9 dicembre a Palazzo Litta sono in cartellone le collezioni di alta moda, alta sartoria e alta gioielleria. Che cosa accadrà?

Di sicuro tutti hanno gli occhi puntati su di loro. Se gli spot realizzati per l’evento di Shanghai erano stati accusati di essere di cattivo gusto («È troppo grande per te?», chiede la voce fuori campo a una ragazza orientale che cerca di mangiare un cannolo con le bacchette), sono state le parole attribuite a Gabbana a scatenare una rivolta globale. “Pensi davvero che la campagna fosse rispettosa e di buon gusto?”, gli aveva chiesto con un messaggio la collaboratrice di Diet Prada, Michaela Tranova. Come risposta aveva ottenuto: “Se i cinesi si sentono offesi da una ragazza che non sa mangiare la pizza o la pasta con le bacchette, vuol dire che si sentono inferiori… E allora non è un problema nostro!!! Tutto il mondo sa che i cinesi mangiano con le bacchette e gli occidentali con forchetta e coltello!!! Questo è razzismo??; “Voi siete razzisti perché mangiate carne di cane?”; “D’ora in poi dirò in tutte le interviste che la Cina è un Paese di merda”. Queste frasi e il tono di chi non riesce a capire che potrebbero far imbestialire chiunque, ma soprattutto un popolo fiero dei propri passi avanti rispetto alla classica immagine stereotipata, ha dato vita a uno sciame virale di protesta che da Pechino è arrivato persino nei locali cinesi di Milano. La successiva richiesta di perdono dei due stilisti non ha poi convinto tutti. «Nella comunicazione di crisi è essenziale collegare le scuse all’illustrazione di che cosa l’azienda cambierà concretamente, così da non ripetere l’errore», spiega Emilio Galli-Zugaro da Monaco, in Germania, per 23 anni capo della comunicazione globale del gruppo assicurativo Allianz. «Ora sarebbe fondamentale annunciare che ogni futuro spot verrà prima visto da persone del Paese in questione per verificare se si usano i toni giusti».

diet_prada

Agli occhi dei follower di Diet Prada, il solo fatto di vedere i due designer scusarsi sembra quasi una vendetta della storia. Un anno fa il sito aveva messo in vendita un’ irriverente T-shirt con su scritto #PleaseSaySorryToMe, “Per favore chiedimi scusa”. L’hashtag nasceva da un messaggio che proprio Gabbana aveva indirizzato al social dopo l’accusa di essersi ispirato alla vetrina di un altro stilista. Ora, dopo il caso Shanghai, Diet Prada è diventato molto più dell’Instagram dove denunciare i direttori creativi sorpresi a copiare: ha avviato una rivoluzione culturale. Il consumatore che pretende rispetto dal grande marchio.

I due fondatori del sito, Tony Liu e Lindsey Schuyler, si erano conosciuti lavorando per una casa di moda: dovevano fare ricerca nelle collezioni di altri stilisti per proporre poi idee a cui ispirarsi. Poco dopo decisero di fondare Diet Prada, il cui nome ricorda la copia per eccellenza, come la Diet Cola è l’imitazione dell’impareggiabile Coca Cola. In questi giorni, però, si va su Diet Prada per vedere che cosa succederà dopo l’ondata d’indignazione cinese, perché Shanghai sembra solo il primo passo. In un commovente post Tony Liu ha raccontato la storia dei suoi genitori, immigrati a New York negli Anni 80, e la sua difficoltà di crescere in una comunità di bianchi dove il razzismo era la norma. “La differenza ora”, scrive riferendosi a Dolce e Gabbana, “è che il medesimo atteggiamento retrogrado viene diffuso da due personaggi pubblici noti e potenti. Presto i loro alleati, che hanno scelto di chiudere un occhio e considerare normali comportamenti come questi, dovranno anche loro fronteggiare le proprie responsabilità”. È stata una riunione familiare per l’80° compleanno del nonno, e il desiderio di voler dare un senso ai sacrifici della sua famiglia, a convincere Liu che il suo “stupido blog di vestiti” avrebbe potuto avere un impatto diverso sull’industria.

“Imparate che le persone sono più della casella dei ricavi nel vostro bilancio annuale”, ha scritto in un post che ha incassato i “like” di tanti nomi delle passerelle, come le top model Bella Hadid e Doutzen Kroes. Forse da domani Diet Prada non si accontenterà di scovare capi clonati, ma vorrà denunciare ingiustizie più grandi. Ha scritto la street styler londinese Susie Lau: “Se oggi vuoi una fetta più grande della torta, fai attenzione alle proteste dei social, oppure affonderai nell’irrilevanza”. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.

_ *Published on Grazia, 11-29-2018. Ha collaborato Maria Teresa Cometto

       
        

For the web

        
                

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The latest campaign of the World Wide Web Foundation is about open web and it’s called #ForTheWeb. They have a manifesto and a fancy video too.

The free and open web is facing real challenges. More than half of the world’s population still are not online. For the other half, the web’s undeniable benefits seem to come with far too many unacceptable risks: to our privacy, our democracy, even our mental health. #ForTheWeb is a global campaign of people like you, uniting as one voice to get governments, companies and the public to stand up for a free, open and safe web that benefits everyone.

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They say there are 3 ways to join the campaign:

1. Share your web story. How has the web changed your life? What do you use it for? What are your hopes for its future? We want to know. Film your story and post it on YouTube, Twitter, Facebook, Instagram or anywhere else at #ForTheWeb.

2. Help building a contract for the web. With partners around the world, we’re building a Contract #ForTheWeb to ensure a free, open and fair web for everyone.

3. Join the fight for the web. Basically sign up to their newsletter and keep in touch.

       
        

The italian risk

        
                

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Michael Lewis’ latest book, The Fifth Risk, is good as expected. It’s not another “Trump-is-evil” non-fiction. It has something seminal, we all should think about: it works for the american government and for any other government.

To me it’s impressive how concerned the civil servants are about the possibility Trump administration could not be capable of handling the present or the future: it’s a matter of competence, not politics. But it’s also the most unevaluated risk of politics nowadays. Something we in Italy have been forgetting for years.

“There is another way to think of […] fifth risk: the risk a society runs when it falls into the habit of responding to long-term risks with short-term solutions. “Program management” is not just program management. “Program management” is the existential threat that you never really even imagine as a risk.

I’d pin also the following quote.

If your ambition is to maximize short-term gain without regard to the long-term cost, you are better off not knowing the cost. If you want to preserve your personal immunity to the hard problems, it’s better never to really understand those problems. There is an upside to ignorance, and a downside to knowledge. Knowledge makes life messier. It makes it a bit more difficult for a person who wishes to shrink the world to a worldview.

Read that book.