Quando Arbasino mi disse che ero come suo padre - e avevo solo 17 anni

        
                

Alberto Arbasino

E’ morto nella notte lo scrittore e giornalista Alberto Arbasino. Tra i protagonisti del Gruppo ‘63, con una grande produzione che ha spaziato dai romanzi alla saggistica, Arbasino aveva 90 anni.

Detta in breve. Seconda liceo classico, Liceo Virgilio di Roma, maggio 1996. La professoressa d’italiano ci fa partecipare a un concorso legato al Premio Grinzane Cavour: bisogna recensire ognuno un libro. A me capita Mekong (Adelphi) di Alberto Arbasino. Con indolenza adolescenziale, rintronato dall’inizio torrentizio e cultural-citazionarolo del libro, scrivo una recensione stroncatura dandomi apertamente del deficiente. In effetti non sapevo neanche chi fosse, Arbasino.

Risultato: qualche giorno dopo la mia recensione finisce su Repubblica, edizione nazionale, apertura delle pagine culturali. Con risposta di Arbasino medesimo.

Perché? Ufficialmente per mostrare la distanza tra quello che si insegna a scuola e la vera letteratura contemporanea. Meno ufficialmente: un liceale aveva scritto quell’“Arbasi’, ma che stai a di’?” che qualcuno negli anni si era devotamente tenuto nella penna.

Io mai stato un critico letterario. Sempre stato un lettore appassionato. Di sicuro a quel tempo ero solo un liceale un po’ sgamato (a scrivere, perlomeno). Ma se sono finito a fare il giornalista lo devo anche a quella professoressa, Luciana Mastrogiovanni (nello stesso giorno in cui uscii sul giornale mi diede una carezza per Mekong e un 5- su Sallustio), alla redazione Cultura di Repubblica di allora (ricordassi un nome…) e anche al colpo da maestro finale di Arbasino nella sua risposta.

Metto tutto qui. Per chi volesse dilettarsi.

Mekong

STORDITO DALLE PAROLE di Piero Macchioni

Ignorante! Così, se fossi Arbasino, apostroferei il firmatario di questa recensione. Scrivere ed essere criticati da chi non sa, non conosce e non capisce. No, non ho scritto per un liceale ignorantello che non sa apprezzare il mio lavoro. Ma io, liceale ignorantello, glielo devo proprio dire; il suo libro è un monumento alla pienezza di sé, al virtuosismo intellettuale della penna, alla superbia artistica, non all’evoluzione dello scrivere.

Ciò che Arbasino fa è spaesare il lettore, lasciarlo solo in luoghi non universalmente noti, disperdendolo in una linea del tempo continua che va dai nostri giorni al passato, più o meno remoto. L’occidentale si perde nelle 112 pagine di Mekong, si scoraggia nel seguire, parola per parola, le riflessioni dell’autore e si esalta quando cattura un’immagine, o due; sì, perché di immagini si tratta, pensieri, a volte solo vagamente intuibili, incatenati ad altri pensieri, carichi di parole affascinanti, straniere, orientali, che per alcuni sarebbero potute addirittura essere state inventate, invece che riportate.

E’ un modo di scrivere poco accessibile; lo stile di Arbasino sopra ogni contenuto, la sperimentazione (anche se non esasperata) oltre la chiara comunicazione. Anche questa è espressione. Se poi questa sconfina nell’incomprensione, o nella falsa comprensione, finta ed ipocrita di qualche “uomo di cultura”, sta all’autore esserne triste, o prenderne semplicemente atto, per costruire qualcosa di più accessibile.

Se, invece, Arbasino ha sentito il bisogno di “divertirsi” con la penna, o meglio di esprimersi in un testo senza badare a quanti lo avrebbero potuto interpretare, leggere, capire, sono contento di aver vissuto questo suo momento artistico; conscio però, che per chi ha 18 anni e una cultura classica prettamente occidentale la sua rimane una serie di parole, colte, e riflessioni, colte anch’ esse, che conservano il fascino della cultura solo per chi è ignorante, come me.

CARO PIERO, SEI COME MIO PADRE di Alberto Arbasino

No, caro Piero! Non ti darei mai dell’ignorante, perché fai gli stessi ragionamenti dei miei genitori. Erano piuttosto colti, laureati tutt’e due, ma si sentivano spaesati e scoraggiati davanti alla letteratura e alla pittura e alla musica del Novecento perché le trovavano incomprensibili e inaccessibili alla cultura e al gusto ‘medio’ di chi ama e apprezza Monet, Puccini, Moravia, insomma “l’arte alla nostra portata”. Niente Biennali di Venezia, dunque; niente concerti di musica sinfonica o da camera; niente avanguardie o sperimentalismi. Consideravano, insomma, che “a una certa età” la loro formazione culturale si era conclusa; non sentivano il bisogno di estenderla; non imparavano neanche una parola di inglese o tedesco pure andando in vacanza a Londra e a Vienna (bastava il francese imparato a scuola). E anche alla Scala, ci tornavano solo per ascoltare opere che conoscevano già e “adatte a noi”. Al cinema, film “di riposo”.

Da parte mia, facendo un certo tipo di mestiere, cerco di offrire all’ utente (fruitore, lettore) “il meglio che c’è in casa”, come fanno gli osti e i sarti che trattano con uguale riguardo i clienti Vip e i clienti ‘ordinari’. Non darei gli scarti e gli avanzi neanche a un ragazzo inesperto di cucina. Hai presente Il pranzo di Babette? Era forse una presuntuosa o una stupida, perché cucinava al suo meglio per gente abituata alla solita zuppa? Ma un aspetto - generazionale - mi ha colpito molto nel tuo scritto. Solo pochi anni fa, trattandosi della Cambogia, ci sarebbero stati fiumi di considerazioni sulla guerra del Vietnam, i Vietcong, Ho Chi Minh, la caduta di Saigon, i campi di sterminio, oltre un milione di morti, Apocalypse now. Oggi, neanche una parola. E questo dà l’impressione che siano passate generazioni intere, e la memoria storica si annulli più in fretta. Se dunque la scuola insegna poco, anche la Storia (oltre che lo stile), in fondo è un gran peccato.

(La Repubblica, 28 maggio 1996)

       
        

Torneremo ad abbracciarci, il numero speciale di Grazia

        
                

Grazia14

Questo è un numero di @grazia_it straordinario per tante ragioni.

  • Ha 282 pagine di contenuti speciali che la direttrice @silvia_grilli ha voluto per darci coraggio e in questi giorni. Ha una nuova grafica realizzata da @danielecosta.

  • È un numero che abbiamo realizzato interamente in #smartworking, ognuno in casa propria, senza aver mai provato a lavorare così fino a un minuto prima dell’#iorestoacasa.

  • Un numero che con @graziachina esce contemporaneamente in Italia e in Cina, i due Paesi più colpiti dal coronavirus.

  • Un numero che abbiamo voluto riempire così tanto di news, moda e storie che abbiamo rinunciato tutti al colophon, la pagina che ospita di solito i nostri nomi. Li metto qui dicendo anche grazie a tutti e ai tecnici di @mondadori che in poche ore ci hanno messo in grado di lavorare come se fossimo a Palazzo Niemeyer. Grazie a tutti, #ioleggograzia #TorneremoAdAbbracciarci

GRAZIE A…

Grazie a (segue Instagram handle): @silvia_grilli @danielecosta @incardonalaura @carlottamarioni #StefaniaBellinazzo @spatchiara @psbattistioli @annanas42 @maurizio_dalla_palma @monica.bogliardi #AlessiaErcolini @marinaspeich @luciavalerio13 @venicebeachinmilano @antonellabigotto @nike_antignani @donatella_sgroj @goghinagaravaglia @fneviani @dieciminutidiapplausi @paolaspezi @kavezz_ @myriamde.poli @grabilla69 @ggilioli @pensierilia @tobechiara @tirabassilucia @valelodi @danyparis80 @fede_rico #SimonaSalvatori #BarbaraMeledandri #StefanoCappello #DeboraMoscatelli #Danieleschifini #LucaFerrari #CosimoPentasuglia #DarioGiroldi #AngelaMutti #RitaSoliani #Cristinapuja @argagallo @unstoppableangieny @federicaginesu @ebrocky #ValeriaParrella @martinaadamico @marnelenoir @danielasola_jolie @graziainternational

Grazie a tutti gli altri e tutti i nostri familiari, partner e amici che ci hanno visto scomparire nei monitor per giornate intere.

Questo è quello che stavamo facendo. Lasciare un segno, il nostro, in questo strano presente. Un segno di speranza, vita e passione.

       
        

How Noma's Seafood Menu can change you forever

        
                

start

On the night of January 21st I slipped a slice of Black Spanish Radish into the inside pocket of my suit. I believe it has been sliced a few minutes before in front of me by a cook named Rebecca Raben and it was part of a sea snails salad, one of the best dishes I had that night at Noma in Copenhagen, Denmark. One of the best I had in my life.

Usually people who wants to remember a restaurant ask for a business card, take a ton of pictures, steal a fork. But what if you want to take with you a memory of the craftsmanship, the symbol of a cutting edge experience, the tangible matter shaped by an alliance of hearts, minds and hands? Well, the best I could do was keeping that fine slice of radish who has survived a japanese mandolin and now sits dried between the pages of my bojo.

How sick could a man be to do that? How weird is that somebody flies 1,435 km to spend 2,650 DKK (about 365 euros) for a three-hours-18-servings menu? Would you do that even knowing that René Redzepi, the head chef of the place and one of the living kitchen gods, is on a three months leave and won’t be there that night because he’s having dinner in Japan? Would you be that sick? Well, I’m sick enough, I’d answer.

seafood season

Now I will not go through the menu, because others made a better job at describing Noma’s seafood season menu: check Anders Husa & Kaitlin Orr and Feinschmeckeren for awesome pictures and in particular the second one for a review that could be mine.

Anyway… that night, during the months I studied the place and its history or just during year 2019 (that I dedicated to the noble art of fermentation), I think I learned a few things. Here they are, in no particular order.

1. One team, one voice: Yes is more

One day I probably will forget the honey scent coming up from that sea snails salad served from a bee-waxed-heated cup, or the primordial feeling of drinking a warm king-crab broth while stuffing my nose into a garden of fresh seaweeds. One thing I don’t want to forget is the word “YES” pronounced all’unisono by the couple of dozen of cooks in the middle of Noma every time the head chef Ben Ing whispered his commands.

A cook on a break

If you have read some kitchen stories (think about Anthony Bourdain stuff), you already know that consistency of plates is made by the ability of line cooks to replicate the dish their chef has put on the menu. If possible, chefs would secretly trade off people for AIs with the sense of smell or robots with taste, but they can’t.

So, cooking is still a game for people, but the struggle to perfection is a road paved with underpaid young guys running like hell and through hell to be perfect at any mise en place, any seasoning, any plating, any line cleaning and wiping. At Noma this happens under 200 hundred eyes expecting nothing more than Heaven for any inch of edible and inedible stuff.

Cooks can be tired, their hands can be wet or patched or burnt, they can consider pure shit what they have to serve (duck brain cooked inside a duck head? See Noma’s Game and Forest Season Menu for more), but they deliver. And when Ben whispers, they say “YES”.

“Yes Is More” is also the name of a book by architect Bjarke Ingels of B.I.G. group, a manifesto for the things possible nowadays and the power of saying yes to the society (funny enough, Ingels also built the new Noma, and after he presented the first project to Redzepi, René told him… “No!”, because he didn’t like that at all).

Anyway, in my experience, that firm “YES” is what managers expect from their team anytime they have to ask for impossible. Probably a manager, a head chef, some kind of leader knows the billion things that can go wrong, the many many “but/if” that can blossom after a demanding task. But they need that “YES”, and the hard work it follows. I will repeat that to myself from now on: saying “YES” is not submission, is the noble affirmation of you power and responsibility executing an important task.

2. Don’t underestimate the power of Number 2s

On December 28th, a few weeks later I committed myself in spending a fortune for a one night seafood meal in his restaurant in Denmark, René Redzepi wrote this via Instagram:

I’m writing this to let our future guests know that for the next three months, I won’t be at noma, or in Denmark. I’ll be with Nadine and our three children somewhere in the world, not working. But don’t worry, I can assure you that you are in the best hands. Just before I left we finished a new seafood menu that I personally think is the best one yet.

René Redzepi and family in Japan

Would you have renounced your reservation after that? Well, I kept mine. My belief is simple: if you long for that food, if you think you’re going in one of the best restaurants in the world, you don’t need Mr. Number 1 in the house.

Why I say so? Because, at work, I’m a Number 2. In any high quality organization Number 1s are the face of the brand, the minds of the product, the soul searchers, the mobile and sleepless business units and pr machines keeping the family alive. They can’t be 247 on the grocery lists, or kneeled under the sink fixing a pipe, or even holding a pan and serving all his guests when the house is full. It’s Number 2’s task to deliver the menu, the feeling, making a team of individuals sing together, like Number 1 intended.

I bet Redzepi’s Number 2s would deliver, I think I won the bet (as it happened many times before in my life in similar experiences).

3. Time, space, fermentation and all the answers in the world

I’m not the right person to entertain you about philosophy, and David Zilber, Noma’s boss of fermentation could add better lines to my following crazyness. But remember Immanuel Kant: you need time and space to experience something; and you - somehow - need experience to define time and space. Food, some kind of food, I believe Noma’s food is that: something you can have only there (space), only at that moment (time).

start

We always tell ourselves that food is love, that cooking is showing love for people (or for what you cook), but sometimes food is philosophy, is science, is the mean we use to answer many questions about ourselves and our place in the world.

«What can I know? What should I do? What may I hope?», asked Kant. What can I eat? What  should I eat? What may I hope to eat», could we ask ourselves in these times of environmental awakening.

These questions need answers, answers need time and space to blossom, and time to ferment like the deer brain you can find in a jar at Noma’s. Or maybe we’ll get answers when we will finally embrace the idea that you need good contamination to generate good food: like salt for fermented plums, or koji for the barley sticks I was served under some roe. Old questions, new answers, new taste in our lives.

4. Sketches

As you can see I’m better at philosophy than at drawing. Anyway. The Seafood Season Menu, sketched by me. And randomly filled with color.

start

crab feast and snails

desserts

       
        

I miei 5 libri preferiti del 2019

        
                

È stato un anno di molte letture. Moltissime sul Giappone, che ho visitato in giugno. Moltissime sul mondo della cucina, che mi appassiona sempre per essere un universo di grandi fallimenti e rinascite, organizzazione in brigata e caos interiore. Non sono però tutte in questo elenco, in cui vanno i cinque libri - quasi nessuno veramente del 2019 - che per un motivo o per un altro mi hanno dato qualcosa in più. E che consiglierei a chiunque.

I MIEI 5 LIBRI DELL’ANNO
(anche se non sono tutti di quest’anno e anche se non me l’ha chiesto nessuno)

Pazzi coi coltelli

La mia seconda vita tra zucchero e cannella
di Verena Lugert (Astoria)
Il titolo originale era 100 volte meglio: Pazzi coi coltelli. Trattasi dell’apprendistato di una giornalista che lascia la scrittura, si diploma in una scuola d’arte culinaria e conosce la durissima vita di chi lavora in cucina. Il capitolo in cui impara l’importanza di una corretta “mise en place” (che non è l’apparecchiare, ma la ragionata preparazione inventariata delle basi di ogni piatto) dovrebbe essere imparata da chiunque lavori in un’organizzazione complessa. Insomma, da chiunque lavori. Tanto che io ne ho ricavato dei moduli da psicopatico da fornire ai colleghi prima di una riunione (ma poi mi faceva troppo psicopatico e quindi li ho tenuti per me)(ma ci sono se li volete).
→Sinossi per gli amici dei social: 🍳🍴⭐️☠️


Serotonina

Sérotonine
di Michel Houellebecq (Flammarion | La Nave di Teseo)
Ma che vi devo dire su Houellebecq, uno che o lo ami o lo odi e io lo amo? Quando ne avevamo parlato su Grazia, in gennaio, la scrittrice Marina Valensise aveva raccontato il protagonista così:

Non solo l’amore, ma l’amicizia illumina l’esistenza fallimentare di questo solitario, che tenta di promuovere l’export dei formaggi normanni, scopre la perversione di un ornitologo pedofilo che si eccita filmando una bambina di dieci anni, e si ritrova nel pieno dramma degli allevatori vessati dal dogma del libero mercato che getta allo sbaraglio l’amico di una vita Aymeric d’Harcourt, ultimo discendente di un compagno d’armi di Guglielmo il Conquistatore, ormai sul lastrico per le quote latte, e disperato per l’abbandono dalla moglie, fuggita a Londra con le due figlie, al seguito di un grande pianista.

Dentro ci sono la crisi della società che non è più quella che conoscevamo, l’infrangersi dei sogni illuminati europeisti e una splendida quanto spietata teoria sull’inadeguatezza degli uomini occidentali rispetto alle loro controparti femminili di oggi (arrivate al capitolo in cui si parla di moldave e togolesi e capirete).
→Sinossi per gli amici dei social: 💊🧀👧🥛🇲🇩🇹🇬


I ragazzi della Nickel

I ragazzi della Nickel
di Colson Whitehead (Mondadori)
Questo è il romanzo su cui bisogna essere seri. Perché racconta una storia di ingiustizia e segregazione razziale nell’America degli Anni 60. Si parla dei riformatori dove i neri diventavano lavoratori forzati, puniti fino a morire, cancellati da un’esistenza dignitosa. Potrebbe essere una serie tv di Netflix, per ora è il romanzo su una delle troppe storie vere di un’America che somiglia al mondo quando il mondo fa orrore. Va letto fino alla fine causa grande trovata dell’autore. Poi andatevi a recuperare John Henry Festival, sempre di Colson, soprattutto se siete giornalisti.
→Sinossi per gli amici dei social: 🍬🚗✊🖤


21 lessons

21 Lessons for the 21st Century
di Yuval Noah Harari (Spiegel & Grau | Bompiani)

Quest’uomo che viene citato da chiunque ha scritto effettivamente il libro del decennio. Andrebbe fatto leggere nelle scuole per capire i nostri possibili futuri, l’avvento della intelligenza artificiale e la trasformazione dei nostri diritti. Se c’è un qualche nuovo Illuminismo, sicuramente è tra le righe di questo libro. O in frasi come questa:

as Big Data algorithms might extinguish liberty, they might simultaneously create the most unequal societies that ever existed. All wealth and power might be concentrated in the hands of a tiny elite, while most people will suffer not from exploitation, but from something far worse – irrelevance.

→Sinossi per gli amici dei social:🔔🤖0️⃣


La grande traversata

La grande traversata
di Miura Shion (Einaudi)
E quindi perché mai uno dovrebbe leggere un libro giapponese che parla del tema più intraducibile, ovvero la scelta dei lemmi da inserire in un dizionario? Neanche un nerd come il protagonista, forse, lo leggerebbe. Eppure questa storia che è stata un anime, ma anche un film, è stata una delle chiavi di lettura che mi sono state più utili per il mio viaggio in Giappone della scorsa estate. Ma anche se non hai una vacanza in Oriente all’orizzonte, La grande traversata ti porta a scoprire il codice sorgente di un popolo affascinante, a ritrovare il piacere dell’analogico sul digitale, a sognare di dividere la tua vita con una donna (una chef) capace di leggerti nel cuore quando non trovi le parole, anche se hai passato tutta la vita a cercare quelle giuste.

L’arte della cucina e quella delle parole non hanno mai fine, sono discipline eterne. E non avranno mai fine neanche i miei pensieri per te.

→Sinossi per gli amici dei social: 🗾📚💌


C’è un sesto libro a cui tengo in questo 2019: Diventa autore della tua vita di Francesco Paulo Marconi, il perché l’ho già spiegato qui.

       
        

Finding friendship in times of Brexit

        
                

Lee Child, Jojo Moyes, Kate Mosse e Ken Follett

On this rainy Sunday of november I met renowned authors Jojo Moyes, Kate Mosse, Ken Follett and Lee Child in Milan for their Friendship Tour. It was Follett’s idea to reach Milan, Madrid, Berlin and Paris to tell his and his fellows’ readers that Brexit - the withdrawal of the United Kingdom from the European Union - is not their sentiment. That could easily look a smart business move, or a quixotic liberal call, but Follett’s squad should be heard anyway. Why? I try to answer here with quick notes, after their press conference.

The Friendship Tour Manifesto

Four lessons (+1) from four novelists

1. Boundaries change, people do not

Kate Mosse (the most brillant of the four, IMHO) said that history teaches us that boundaries and reigns can change, put people keeps being the same. We share the same stories and the same sentiments.

2. When people are scared, they look for an enemy

Mosse also said that always in History when men and women are in difficult times, they reach for what they know and look for an enemy outside. This began before the Brexit referendum. But young people can change things, as they always do.

3. Politicians should read more

Child and Moyes talked about the importance of reading for the decision-makers. We would have a better world if politicians would read more - said Moyes - because stories teach you to be in someone else’s shoes.

4. Alternative futures ahead

Thinking about Catalunya and Scotland, Ireland and even Norhern Italy, Follett gave us a suggestive dystopic idea for (a possible) future: nations would divide and we will live in a world with wealthy liberal democracies and hopefully-irrelevant illiberal states. That’s not his wish, he said, just a story.

5. Where we came from

The cultural boom of the Elizabethan Period - say the four - came from the refugees escaping from the religious persecutions in France and ore countries. The openess of Netherlands made many masterpieces possible. Afro-americans invented rock’n’roll, jewish made Hollywood. The most important artist of the 20th Century was a spanish immigrant living in Paris, Pablo Picasso.

The Friendship Tour Manifesto